Negli anni ’80 Selargius non era un posto per bambini. Io però lo ero.
Andavo alle elementari. E per arrivarci dovevo guardare dove mettevo i piedi. Perché per terra c’erano le siringhe.
Non era una metafora. Era asfalto. Era marciapiede. Era oratorio.
Avevo paura.
Paura di quei corpi piegati. Paura di quegli sguardi vuoti. Paura dei “drogati”.
Li chiamavamo così. E io, da bambino, li vedevo come mostri. Zombi. Non persone.
Non li percepivo umani. Erano qualcosa da evitare. Da attraversare in fretta. Da non guardare negli occhi.
Selargius, in quegli anni, era considerato uno dei comuni con più microdelinquenza, spaccio, consumo di eroina. Un posto dove non si andava per cultura. Si andava per sparire.
Crescendo ho capito una cosa
Poi sono cresciuto. E alcuni di quei “mostri” hanno iniziato ad avere nomi.
Erano amici. Compagni di scuola. Figli di famiglie normali.
Brave persone.
Persone che, poco alla volta, diventavano irriconoscibili. Zombi, sì. Ma non per scelta.
Ed è lì che qualcosa si è rotto. O forse si è aggiustato.
Ho iniziato a capire che anche loro avevano:
una storia
un cuore
una famiglia
Che nessuno nasce mostro. Che nessuno sceglie davvero di sparire.
C’erano strade dove era normale perdersi. Dove era normale farsi male. Dove era normale non tornare indietro.
Ignazzino nasce lì
Ignazzino nasce in quel clima. Nel boom dell’eroina. Nelle siringhe nascoste. Nei silenzi pesanti. Nelle vite che scivolavano via troppo presto.
È un personaggio con la faccia da teschio. Un mostro.
Ma è un mostro che non fa paura. Fa ridere. Si espone. Si prende colpi. Si mette a nudo.
È prendere una ferita e cambiarle significato.
Ignazzino è il ribaltamento. È dire: guardiamo in faccia quello che ci faceva scappare.
Non per giustificare. Non per assolvere. Ma per riconoscere.
Oggi, nello stesso luogo, succede altro
Oggi, dove una volta si spariva, c’è un teatro.
Nuovo. Accogliente. Pieno di persone che ridono, ascoltano, si emozionano.
Nello stesso territorio che mi faceva paura da bambino, oggi porto uno spettacolo.
Non come riscatto eroico. Ma come gesto umano.
Perché la cultura non cancella il dolore. Ma gli dà una forma. E quando il dolore ha una forma, fa meno paura.
Avevo paura.
Ma erano loro le vittime.
E forse, in fondo, lo eravamo tutti.
Quando la memoria non basta più: l’eroina oggi tra i giovani
Ho parlato di un tempo in cui l’eroina era parte della mia città, della mia infanzia, dei miei passi per andare a scuola. Era qualcosa che faceva paura — non solo ai bambini, ma a chiunque sapesse cosa stava accadendo davvero.
Oggi la situazione è diversa, e proprio per questo è forse ancora più pericolosa.
Non è (solo) un ricordo di quartiere. È una realtà che torna a farsi sentire — non solo nelle strade, ma nelle vite dei giovani.
Secondo i più recenti rapporti europei e nazionali, gli oppioidi — di cui l’eroina è ancora oggi uno dei componenti più diffusi e dannosi — restano tra le principali cause di danno associato all’uso di droghe nel continente e uno dei motivi più frequenti di decessi correlati all’uso di sostanze.
Allo stesso tempo, in Italia si stima che una percentuale significativa di adolescenti tra i 15 e i 19 anni abbia provato sostanze illegali almeno una volta nella vita, con cifre che raggiungono quasi il 40% in alcune analisi governative. Questo non significa che tutti usino eroina — ma evidenzia una normalizzazione dell’uso di droghe tra i giovani, resa possibile proprio da una mancata conoscenza storica del fenomeno.
In altre parole: i ragazzi di oggi non vivono quegli anni, non possono registrare emotivamente ciò che per noi era esperienza quotidiana. Sanno che le droghe sono “pericolose” — ma spesso non sanno cosa significa realmente guardare negli occhi quella paura, cosa significhi la dipendenza, cosa significhi perdere una vita prima che inizi davvero.
E la preoccupazione cresce quando leggi ricerche epidemiologiche che mostrano, in alcune indagini internazionali, una lieve ma preoccupante ripresa dell’uso di droghe come eroina tra gli adolescenti, nonostante un generale calo nell’uso di molte altre sostanze.
Perché questo riguarda tutti noi
Diventare genitore ti cambia profondamente: ti mette davanti a domande che non avevi quando c’era solo il passato a spaventarti. La memoria storica, da sola, non basta più. I ragazzi di oggi non portano dentro di sé un’esperienza emotiva di quei periodi, non hanno vissuto “quegli zombi” nelle strade, non hanno visto i danni, non hanno ascoltato le storie di chi si è perso o è guarito.
Ed è proprio per questo che sento il bisogno, con la mia arte, di provare a fare qualcosa di diverso:
non solo raccontare,
non solo ricordare,
ma sensibilizzare, dando ai giovani un’intelligenza emotiva su ciò che accade quando una società perde i suoi riferimenti.
Credo che l’arte — la narrazione, la performance, la condivisione di storie vere — possa fare una cosa che i numeri da soli non fanno: 👉 dare un volto alle conseguenze, 👉 rendere tangibile ciò che altrimenti resta astratto, 👉 parlare non solo alla testa, ma anche al cuore.
Per questo, mentre penso agli spettacoli, agli incontri con le scuole, alle iniziative di comunità, continuo a chiedermi:
come faccio, con ciò che creo, a raggiungere chi ancora non ha paura perché non conosce?